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L’organizzazione e la capacità di sognare

novembre 15, 2016 · Posted in Articoli, Blogging · 1 Comment 

Anni fa, nel corso di una lezione di Zen, sentì il maestro Taiten Guareschi, autorevole rappresentante dello Zen occidentale, affermare: “abbiamo perso la capacità di sognare e di esprimere un desiderio che sia originale: non facciamo altro che desiderare il desiderabile, ovvero ciò che tutti già desiderano_. Qualche tempo dopo, dalle pagine del Corriere della Sera, il prof. Jacques Horowitz della IMD Business School – uno degli studiosi di strategia aziendale più riconosciuti del panorama internazionale – ci ammoniva dicendo: “Meno numeri e più sogni. Così crescono le imprese.

In una recente intervista a un quotidiano, fedelmente riportata nel blog dell’amico Fabio Lalli (www.fabiolalli.it), il sociologo Domenico De Masi riferisce:

“Schumpeter sosteneva che il tratto essenziale dell’imprenditore stia nella propensione a innovare. Io credo, invece, che stia nella propensione a sognare. L’imprenditore sogna avventure economiche, ma che travalicano l’economia: sogna uomini che felicemente producono, e mercati che decretano il successo dei loro prodotti; sogna benessere crescente per comunità operose. Non a caso, prendendo a prestito i termini dalle biografie dei santi, gli imprenditori amano parlare di mission e di vision. Sotto i colpi degli scandali, del pragmatismo e della cosiddetta crisi, l’impresa ha smesso di sognare. Ora, per ritrovare questa sua smarrita capacità vitale, occorre che essa attentamente coltivi emulazione e solidarietà, concretezza e gioco, emotività ed etica, leggerezza ed estetica. Un’impresa fatta di guerrieri iperattivi, assillati dal lavoro come categoria onnivora, compiaciuti dei loro ritmi stressanti, tesi fino allo spasimo verso l’eliminazione del concorrente, nemici a tutti gli altri e, in fondo, anche a se stessi, è un’impresa senz’anima e senza felicità. E’ un mondo senza sogni. Occorre dunque restituire all’impresa una dimensione onirica: giovane, armoniosa, ottimista, sperimentale, curiosa, intraprendente, sensuale, impertinente, fantasiosa. Occorre trasformare l’impresa in un giardino dei sogni e trasformare i sogni in fiorite realtà.

Due domande sorgono spontanee: gli imprenditori hanno ancora il tempo e la voglia di sognare? E la seconda: sognare, immaginare nuovi mondi… è un talento naturale o è una competenza che si può apprendere? L’attualità di questi due interrogativi ci viene costantemente dimostrata dai fatti e dalle situazioni che affrontiamo nelle aziende dei nostri clienti, specie se aziende familiari.

Secondo noi, l’imprenditore che ha smesso di sognare abdica a una parte fondamentale del suo ruolo. Sogno e imprenditorialità sono totalmente interconnessi. Per questo, uno dei primi obiettivi dei nostri interventi nelle aziende mira a “liberare il tempo” dell’imprenditore da quelle attività non strategiche che normalmente gli occupano buona parte del suo tempo. E’ proprio un eccesso di operatività (di “micro-management”, come la definiscono gli anglosassoni) ciò che spesso ostacola la capacità di visione dell’imprenditore. E’ nella natura dell’imprenditore di prima generazione essere al contempo al centro dell’organizzazione e anche in ogni periferia possibile. Nel suo celebre libro “Gods of Management”, Charles Handy illustra quattro tipologie di culture organizzative associandole alle qualità/caratteristiche di divinità greche. Secondo Handy, la prima fase della cultura imprenditoriale, quella che ruota  attorno alla figura del fondatore, risponde all’archetipo di Giove, il quale ha la particolare qualità di essere al contempo “centro” dell’Olimpo, ma  anche profondamente “immischiato” nelle vicende periferiche meno importanti. L’imprenditore di prima generazione è un uomo/una donna che fondamentalmente ama in maniera viscerale il proprio lavoro e la propria azienda; è una persona a cui piace ancora “immischiarsi” anche nelle più piccole decisioni e nelle attività più operative. In aggiunta a ciò,  la scarsa capacità di delega, tipica di molti imprenditori, o la poca propensione a un’efficace gestione del proprio tempo, completa il quadro. Ma questo è proprio ciò che  impedirà loro di fare l’unica attività che non possono delegare: guardare l’orizzonte, costruire scenari e, soprattutto, immaginare nuovi mondi inesplorati.

La seconda domanda: sognare, intuire, vedere più lontano… è un talento naturale o una “soft skill” che si può apprendere? Oggi, per nostra fortuna, sono disponibili le tecnologie sociali per accrescere le propria capacità di connettersi alla dimensione creativa, intuitiva e transpersonale. Tali pratiche sono spesso rivisitazioni in chiave moderna di saperi antichi, oggi avvalorati da ricerche scientifiche che ne dimostrano l’efficacia.

Oggi è importante trovare modi per declinare  queste tecnologie sociali al mondo dell’azienda con lo scopo di generare una nuova spinta creativa che liberi l’organizzazione da modelli disfunzionali del passato e infonda nuova vitalità e profondo rinnovamento. Ma nessuna creatività è possibile se non si recupera la capacità di lavorare con piacere, con quel pizzico di giocosità, entusiasmo e leggerezza, ingredienti tipici del cosiddetto “stato nascente” e che spesso lasciano il posto alla pesantezza e alla noia. E’ necessario recuperare “la mente da principiante” consapevoli che, come ci ricordano Biancardi e Reggiani: “i principianti hanno costruito l’Arca, i professionisti il Titanic” (2004, Biancardi-Reggiani. Il dilettante inarrivabile. Passioni contro limite. Ed. Guerini e Associati)

Va comunque rilevato che siamo in un periodo di profonda trasformazione. Autorevoli libri di management di alcuni dei consulenti più accreditati al mondo parlano di: anima, meditazione, etica, impegno alla verità, amore, ispirazione, nobile causa, spiritualità. E mentre Bill Clinton cita nel corso delle sue interviste il rivoluzionario filosofo transpersonale Ken Wilber, l’autore americano più tradotto nel mondo (purtroppo, “nel mondo“ non significa in Italia), si capisce che qualcosa di profondo sta cambiando e il mondo delle aziende non può che essere coinvolto, se non stravolto, da questa “rivoluzione necessaria”.

 

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