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I segreti della “mente estesa” e il campo cosciente

luglio 7, 2012 · Posted in Articoli · Commenti disabilitati su I segreti della “mente estesa” e il campo cosciente 

I segreti della “mente estesa”: non sappiamo ciò che non sappiamo

L’elemento più affascinante e al contempo misterioso che caratterizza qualsiasi costellazione risiede in particolare in quel fenomeno che comunemente chiamiamo “percezione rappresentativa”. La ragione per cui le costellazioni funzionano è a tutt’oggi non del tutto chiara, sebbene vi sia diverse interessanti ipotesi in merito. Lo stesso Hellinger non si è mai preoccupato di ricercare le motivazioni scientifiche che permettono a una costellazione di “funzionare”, limitandosi a utilizzare vantaggiosamente quelle forse invisibili che operano nel setting della costellazione.

Nel presentare il proprio tema all’interno di una costellazione, il cliente normalmente rivela pochissimi dettagli al conduttore, normalmente solo quelli puramente essenziali. E’ altresì possibile – su particolare richiesta del cliente – che addirittura nessun dettaglio venga rivelato pubblicamente e che tutti i rappresentanti siano all’oscuro della dinamica che verrà costellata.

Nonostante ciò, ogni rappresentante sperimenterà ciò che abbiamo già definito la “percezione rappresentativa”. Per qualche ragione, egli sperimenterà o meglio verrà per così dire attraversato da sensazioni, intuizioni, emozioni che non gli appartengono direttamente e che – pur non avendo normalmente un significato di per sé – si rivelano estremamente pertinenti per il cliente che sta costellando.

Nell’ambito delle costellazioni, si parla frequentemente di knowing field (campo di coscienza o campo informato), richiamando alla memoria alcuni nuovi paradigmi sviluppati dalla fisica quantistica. Una delle ipotesi maggiormente riportate in ambito costellativo si rifà agli studi del biologo britannico Rupert Sheldrake, famoso per aver divulgato il concetto di “campo morfogenetico” o morfico e di aver condotto numerosi studi sulla cosiddetta “mente estesa”. Sheldrake ritiene che i sistemi siano regolati non solo dalle “leggi” conosciute dalla scienza, ma anche da campi da lui definiti morfogenetici, introducendo la nozione di causazione strutturale o formativa.

Secondo Sheldrake, esistono campi di coscienza che presiedono all’organizzazione delle forme di vita biologiche e sociali e agiscono come campi di coscienza e come forze plasmatrici della realtà. Sheldrake afferma che così come “un campo cristallino organizza i modi secondo cui molecole e atomi si ordinano all’interno di un cristallo […] un campo sociale organizza e coordina il comportamento degli individui che lo compongono, come per esempio il modo con cui ciascun uccello vola all’interno dello stormo” (R. Sheldrake, 1999).

In altre parole, esisterebbe una capacità di risonanza morfica attraverso cui gli appartenenti a un sistema attingono a un campo di memoria e di coscienza collettiva dal quale colgono informazioni utili alla sopravvivenza del sistema stessa.

La teoria di Sheldrake suppone che, se l’individuo di una specie impara un nuovo comportamento, il campo morfogenetico cambia e il nuovo apprendimento, con una sorta di vibrazione o di “risonanza morfica” si trasmette all’intera specie (dalla rivista Scienza e Conoscenza del 23/12/2008). Ovviamente, tale scambio “non locale” di informazioni presuppone l’esistenza di un campo informato o di una mente estesa, capace di connettersi a una coscienza collettiva. Tutto ciò ci ricorda da un lato gli esperimenti sulle piante posti all’attenzione del grande pubblico da un libro che ebbe una discreta diffusione internazionale dal nome “La vita segreta delle piante” di Tompking e Bird.

In questo libro sono riportati numerose ricerche sulle piante, derivate da una scoperta casuale e inaspettata: le piante reagiscono ai nostri pensieri con reazioni simili a emozioni. Cleve Beckster – uno dei più rinomati esperti di sistemi di lying detection (le macchine della verità) in forza alla CIA – aveva apposto, per sua curiosità personale, gli elettrodi del suo poligrafo su una pianta, nell’intento di verificare le eventuali reazioni della pianta in conseguenza a svariate tipologie di azione. Dopo che le prime sperimentazioni non diedero risultati apprezzabili, Beckster pensò di bruciare la foglia dove gli elettrodi erano collegati per verificare eventuali reazioni. Con sua immensa sorpresa, ancor prima di muoversi per andare a recuperare il fiammifero ma con l’intenzione ben chiara nella mente di bruciare la pianta, la penna iniziò a disegnare un vivace grafico sul foglio. Fu la prima di una serie di sperimentazioni che verificarono che le piante sono sensibili alle intenzioni degli umani. Non alle azioni, ben inteso, ma ai pensieri formulati dalle menti delle persone. Ancora una volta, l’unica spiegazione possibile a tale fenomeno (successivamente documentato da molti altri studi) prevede l’esistenza di una connessione non locale, di un campo di coscienza che tutto unisce e connette.

Tutto ciò ci riporta nuovamente alla fisica quantistica e in particolare all’esperimento che il fisico francese Alain Aspect dell’Università di Parigi condusse nel 1982 che messe in luce il fenomeno denominato “entanglement” (intreccio, irretimento), secondo cui due particelle subatomiche come due elettroni, precedentemente parte dello stesso atomo, poste a qualsiasi distanza l’una dall’altra (da qualche metro a miliardi di chilometri) rimangano in uno stato di totale connessione al punto che il variare le condizioni di una (ad esempio la sua rotazione o spin) istantaneamente produce una identica variazione della sua gemella.

Esclusa l’ipotesi dell’esistenza di una particella messaggera che potesse trasferire informazioni da un elettrone all’altro (la variazione avveniva istantaneamente) si avanzò l’ipotesi secondo cui l’universo nella sua apparente differenziazione non sia che un gigantesco ologramma in cui ogni cosa è connessa con ogni altra cosa. Tale orientamento, che ha dato vita al paradigma olografico, è stato promosso da numerosi autorevoli studiosi tra cui David Bohm, uno dei padri della fisica quantistica. In altre parole, secondo l’interpretazione di Bohm gli eventi che accadono in un punto qualsiasi dello spazio possono influenzare istantaneamente altri eventi che avvengono a grande distanza, per via del principio di non località che vede una connessione fondamentale e perpetua tra ogni fenomeno. Esattamente come gli orientali da sempre sostengono.

Tutto questo, solo per illustrare la complessità delle ipotesi che soggiaciono alla spiegazione di ciò che accade nelle costellazioni. L’approfondimento di tali temi non è di alcuna reale utilità per il costellatore; tuttavia, comprensibilmente, può rispondere alla lecita curiosità di comprendere anche su un piano cognitivo quanto ci si trova a comprendere intuitivamente durante l’esperienza concreta e vibrante delle costellazioni.

A prescindere da qualsiasi spiegazione scientifica o razionale, ciò che certamente ogni rappresentante ha sperimentato in una costellazione – fin dalla prima esperienza – è una profonda e apparentemente inspiegabile connessione con qualcuno o qualcosa di cui nulla conosce e che tuttavia si manifesta nella nostra interiorità sottoforma di sensazioni e movimenti del corpo. Il tutto senza avere alcuna preparazione o predisposizione ad attività corporeo o psico-corporee.

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lcampese@oneweb.biz

 

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