Entropia e ordine: quale sviluppo?
di Stefano Casalini
Sembra paradossale che in un’epoca di notevoli mutamenti in ambito politico, sociale ed economico come quella attuale, osservatori scientifici del calibro di Johan Galtung, pioniere della ricerca sulla pace e mediatore dei conflitti di fama mondiale, propongano considerazioni e interpretazioni del mondo attraverso definizioni come quella di entropia. Questa grandezza, utilizzata dai fisici come unità di misura del disordine e della complessità di un sistema, sembra offrire numerosi spunti teorici anche a sostegno della teoria dello sviluppo.
Originale e affascinante, sebbene molto criticata, è la tesi secondo cui pace e sviluppo siano entrambi parte di uno stato di disordine.
Certamente una tale la connotazione può essere fuorviante, tuttavia secondo Galtung “il punto fondamentale non è la confusione in senso peggiorativo, bensì l’elevata complessità del sistema: molteplici e diverse componenti, e molteplici e diversi legami di interazione fra di loro. Il pensiero sottostante è che quando il sistema tende a cristallizzarsi, diventando più ordinato, allora il numero dei tipi sociali (come le nazioni, i blocchi, le alleanze) diventa più piccolo, la concentrazione su un punto più pronunciata. I legami d’interazione non coprono più l’intera gamma di possibilità, ma tendono a connettere soltanto certi tipi sociali, e spesso principalmente in modo negativo e ostile. A questo punto il sistema può sembrare molto ordinato ma, di fatto, va verso una battaglia distruttiva”. Il teorico norvegese ci ricorda come una tale situazione sia contemplata anche nella teoria dei conflitti, dove prende il nome di “polarizzazione” (il caso tipico in cui due alleanze si contrappongono). Risultati tipici di questa “patologia sociale” sono gli incontri al vertice e tra i leader dei due opposti schieramenti. L’esempio storico più recente della polarizzazione è quello che ha visto la lunga contrapposizione tra paesi “capitalisti” e “comunisti” durante la Guerra Fredda.
L’illusoria convinzione, comune a tanti, secondo cui ci sia bisogno “solo” di ordine, genera anche quella per cui sono necessarie rigide strutture verticistiche affinché sicurezza e benessere siano garantiti in ogni sistema di cui fanno parte L’ordine investirebbe dunque sistemi via via più grandi, dalla dimensione micro: nella quale interagiamo con i nostri vicini; quella meso: la realtà sociale di generi, razza e classe; macro: nelle relazioni con altri paesi vicini e distanti; fino a quella mega: caratterizzata da movimenti tettonici fra le massime configurazioni come Nord/Sud, Occidente/Resto del mondo, o Cristianità/Islam; così definiti dallo stesso Galtung. L’immagine di una tale percezione, progressivamente più ampia, genera la necessità e nondimeno la responsabilità di porsi delle domande: che ne è dunque della percezione dei nostri bisogni? Così siamo veramente liberi di scegliere come soddisfarli?
Riprendendo il pensiero di Galtung, “in presenza di situazioni simili il grado di entropia risulta molto basso e l’immagine contrapposta prevede discussioni su pace e sviluppo non soltanto in un’ottica inter-nazionale ma nondimeno entro le società, tra gli esseri umani e nella loro interiorità e certamente anche con la natura.”
Due fattori comuni emergono nelle quattro dimensioni prese in esame da Galtung (società, persone, interiorità e natura) quali condizioni necessarie per la pace e lo sviluppo: la diversità tra le parti (i tipi e gli attori sopra menzionati) e la simbiosi (ovvero i legami interattivi sopra descritti). Non sfugge a Galtung la necessità che tale simbiosi divenga equa, “orizzontale” e, sebbene questo non sia proponibile nel mondo animale, dunque nello spazio natura, è ragionevolmente auspicabile nello spazio umano dove il risultato più probabile sarebbe quello di un mondo di esseri umani ricchi e maturi, “persone capaci di sviluppare molteplici attitudini e di lasciarle giocare tra loro”. “Lo spazio sociale conoscerebbe società pluralistiche e perfino affascinanti, non solo frammentate in parti diverse, ma in interazione reciproca e costante evoluzione. Lo spazio mondiale vedrebbe molti sistemi coesistere in modo pacifico”.
L’osservazione sul “deficit” di diversità e simbiosi diviene così preoccupazione per l’aumento della conflittualità che caratterizza il sistema attuale, che viene controllata attraverso politiche dell’equilibrio di potenza o del monopolio di potere. Il passo che conduce a politiche caratterizzate da ostilità, diffidenza e paura, è molto breve (ne sono un chiaro esempio, le corse agli armamenti o il terrorismo). Occorre dunque invertire la tendenza alla costruzione di “strutture di guerra” innalzando i livelli di diversità e simbiosi, certamente più funzionali a un mondo di pace e sviluppo nel quale sia manifesto di fatto un più alto grado di “entropia”.
In una situazione così configurata: che ne sarebbe dell’ordine? Possiamo escluderne la necessità?
L’osservazione e lo studio dei sistemi ci permettono, a oggi, di raggiungere la consapevolezza che un “principio di coerenza”, un “ordine superiore” se vogliamo, guida il movimento della vita e continuamente la mette in circolo: è sufficiente osservare uno storno di uccelli in volo e domandarsi presso quale “scuola” si siano formati per volare con tale armonia e coordinazione. Non si tratta dunque di cancellare la parola “ordine” dal nostro vocabolario, bensì riconsiderarne la stretta relazione con il caos, anch’esso inteso come condizione non unica ma necessaria all’evoluzione in ogni sua manifestazione. Si tratta di cogliere, da entrambe, il significato più funzionale alla vita e alle sue innumerevoli espressioni. Come possiamo quindi trasferire questi significati sul piano materiale? Come possiamo creare, in pratica, diversità e simbiosi? In effetti, è molto difficile che l’uomo possa farlo. E’ certamente più probabile che possa tenere conto di queste caratteristiche del sistema e rispettarle. Ed anche questa volta lo “spazio natura” si rivela come “il grande maestro”. Se a livello mega il dibattito è ancora aperto, seppure nella convinzione che questo periodo di “crisi” rappresenta una grande opportunità per il sistema di riorganizzarsi; in ambito sociale e organizzativo “nuove forze” spingono verso una “destrutturazione” di sistemi ormai obsoleti e impostati in modo rigido, per dirla con Galtung, “con un basso grado di entropia”.
Esempi di modelli di gestione d’avanguardia provengono dal mondo dell’organizzazione aziendale, dove l’impulso a riconsiderare i modelli strutturali, comunicativi e decisionali comincia a essere percepito da un numero crescente, seppur non ancora preponderante, di amministratori, manager e leader d’impresa. La comprensione sempre più diffusa, che le Risorse Umane costituiscono il primo patrimonio dell’azienda e che l’evoluzione dei sistemi organizzativi influenza ed è influenzata dalla crescita sociale, costituisce il primo grande passo verso la resilienza necessaria al cambiamento.
Grande contributo giunge dalla visione sistemica, che dimostra quanto sia più efficace, dal punto di vista del tanto discusso “controllo”, la misurazione dell’efficienza del sistema e non delle persone che ne fanno parte. Approdano così nel mondo “nuovi” modelli di partecipazione entro i quali ciascuno usufruisce dello spazio necessario a esprimere la propria unicità, pur nelle regole stabilite a priori dal gruppo, e con la forza che promana da un intento comune. Qui le gerarchie ritrovano il loro “rispetto”, ma lo spazio nel quale acquisiscono solidità è quello del “Noi” piuttosto che del “Io”. Se la libertà individuale si riconcilia con il bene comune, si favoriscono le condizioni per lo sviluppo dell’intelligenza collettiva e una volta dato inizio al processo, non è più possibile “resistere” a quelle leggi naturali che favoriscono armonia e prosperità.
Credo si possa ragionevolmente affermare che, da questo punto di vista, ordine ed entropia rivelino la natura diversa e al tempo stesso simbiotica del loro coesistere, orientando l’uomo, la società, il mondo verso l’unità. Quella autentica.



